Insegnare la solidarietà a tre anni

Il 20 giugno è la Giornata mondiale del Rifugiato. Nel mondo i rifugiati sono oltre 68 milioni – ma sono in continuo aumento – 68 milioni di uomini, ma soprattutto di donne e bambini. in fuga da guerre, distruzioni e persecuzioni; un intero grande popolo di diverse parti del mondo, costretto ad abbandonare la propria terra per salvarsi la vita. Più del 50% dei rifugiati sono bambini, alcuni non accompagnati da nessun adulto della loro famiglia. Si tratta di bambini, di ragazzi, che non sanno più cosa vuol dire avere una casa, una famiglia, andare a scuola, avere amici con cui giocare. E i bambini più fortunati, quelli che abitano case accoglienti e sicure, quelli che vivono tra coccole e giochi, neppure immaginano che esistano realtà così diverse e dolorose. Ma è giusto che non lo sappiano? È giusto che crescano con l’illusione che quella che conoscono sia l’unica realtà al mondo? E quando scopriranno l’esistenza del sopruso, dell’ingiustizia, della violenza? c’è un’età giusta per conoscere il mondo com’è, con le sue cose belle e con quelle brutte? C’è un’età giusta per imparare la pietà e la solidarietà? Ai bambini si può raccontare ogni cosa, in ogni momento; lo si deve fare con la grazia, con leggerezza che li aiuti a comprendere senza turbarli, che li aiuti a crescere come cittadini consapevoli e responsabili.
E’ quello che cerca di fare il bel libro di Kate Milner Il mio nome non è rifugiato, che si rivolge ai bambini dai tre/quattro anni in poi e cerca di spiegare con la delicatezza delle immagini e la leggerezza delle parole il destino doloroso di un bambino e della sua mamma, in fuga da un paese dove non c’è più pace e sicurezza per loro. Il libro, disponibile in libreria proprio dal 20 giugno, è stato pubblicato dalle edizioni Les Mots Libres con la collaborazione di Emergency.
Conoscenza, consapevolezza, cultura; sono gli ingredienti necessari per comprendere l’altro da noi, per comprendere i drammi profondi di paesi e di popoli lontani e diversi, ma non basta. Senza l’empatia senza la capacità di proiettarsi con la mente, ma anche con il cuore nel sentire e nel soffrire dell’altro, non c’è possibilità di comprensione umana e di solidarietà. E’ proprio questo che il libro si sforza di suscitare: l’immedesimazione emotiva con i personaggi e le situazioni, le emozioni e i pensieri che resteranno forti e duraturi quanto più precocemente si saranno incontrati.
Paola Parlato

Qualche riflessione sull’articolo di Jack Zipes

La trasmissione orale di fiabe e racconti popolari ha fatto sì che dall’archetipo della narrazione si dipanassero nuove storie, simili a quella originaria, ma con la “coloritura” specifica del tessuto culturale su cui si sono andate a innestare. E’ così che, pur fedeli agli schemi e alle funzioni che ha così efficacemente studiato Propp, le narrazioni si sono arricchite di volta in volta di aspetti e di valori “locali”. Le Cenerentole, le Cappuccetto, i Giufà, i Giovannini senza paura – per citare alcune delle fiabe più diffuse in paesi e in tempi diversi – pur conservando sostanzialmente intatta la fabula e i caratteri prevalenti dei personaggi, hanno visto non di rado una diversa costruzione della dinamica narrativa, con la presenza di elementi culturali tipici del contesto in cui la singola storia si sviluppa. E in parte avviene lo stesso anche per le riletture e le interpretazioni.
Nel saggio di Jack Zipes Lo Stregone e l’Apprendista, pubblicato nel n° 76 della rivista e in questo blog, si analizza una delle più antiche e note fiabe, quella de L’apprendista stregone, che ha visto nell’antichità come nella storia più recente, versioni diverse, ma anche letture critiche diverse, interpretazioni e suggestioni legate alla sensibilità e alla visione politica dei singoli critici o alla ideologia di un determinato momento storico. Stregone e apprendista possono essere letti come la metafora del padrone potente che lotta per non cedere il potere al giovane ribelle, che si batte per la sua libertà. E’ questa sostanzialmente la lettura che ne dà Jack Zipes, che attribuisce allo stregone – appunto in chiave metaforica – la funzione del despota detentore di un potere forte, con il quale controlla il giovane apprendista, che si può arrivare a identificare con un popolo oppresso.
Ma si può anche leggere l’intera storia in una chiave completamente diversa, si può dimostrare, capovolgendo ruoli e valori, che lo stregone altri non è che un padre affettuoso e normativo, che frena gli entusiasmi inconsapevoli del giovane non abbastanza esperto. Si tratta di un dibattito affascinante, che mette a confronto categorie diverse e diversi approcci.

Franca De Sio