Ancora sul Mago e l’Apprendista

Probabilmente grazie alla mia lunga pratica bibliotecaria, mi è possibile orientare le mani verso un volume della libreria e, addirittura, aprirlo sulla pagina che corrisponde all’argomento della mia ricerca. Ciò accade anche se non sono esperta della materia specifica. Insomma, ho una specie di radar che mi guida verso quel che cerco, anche per strade che non immaginavo di percorrere.

E’ accaduto con l’articolo di Jack Zipes, pubblicato su Il Pepeverde, numero 76.

Il discorso dell’Apprendista e lo Stregone o, se preferite, dell’Apprendista e il Mago, dell’Allievo e il Maestro, continuava a intrigarmi, suggerendomi considerazioni che toccavano anche l’attualità politica italiana, ma di questo non dirò.

Stamattina però, cercando informazioni di altro genere, ho aperto un libro e… eccomi ancora sull’argomento! Coincidenza fortuita o magia?

Trascrivo quello che ho letto, con qualche piccola omissione per crearvi curiosità:

“…l’addestramento tecnico […] solitamente cominciava nell’età puberale e comportava due implicazioni: il “sacrificio” e il “furto”. Per quanto riguarda il sacrificio, […] l’allievo doveva avere grande costanza e continuità; a questo scopo frequentava assiduamente il maestro, addirittura viveva in casa sua per giorni e giorni e partecipava anche ai lavori quotidiani (la cura dell’orto, il taglio della legna, ecc.),

Il tema dell’allievo che vive presso il maestro e vi svolge i lavori domestici è presente anche in altri tipi di fiabe, diffuse in varie epoche e Paesi, ma penso subito alla ballata Der Zauberlehrling (L’apprendista stregone) composta da Goethe, alla quale poi si è ispirato Disney per il film Fantasia.

[…] respirava così la stessa aria del maestro, cioè non solo apprendeva le regole tecniche […] ma imparava anche direttamente dalla sua esperienza […] in un rapporto stretto e individuale tra i due. […] Dopo questa fase, che richiedeva parecchio tempo, l’allievo che raggiungeva un buon esito acquisiva il diritto di entrare a far parte […]. La fase del furto consisteva nel carpire al maestro ogni informazione per fare il salto di qualità […].”

In molti racconti orali e letterari, appartenenti al tipo “Il Mago e il suo Allievo” (ATU 325, secondo la classificazione Aarne-Thompson-Uther) è l’anziano maestro che è detentore dell’arte del furto, cioè dell’abilità nel rubare i segreti per la riuscita dell’azione. In alcune versioni è il maestro che insegna quest’arte all’allievo, in altre è quest’ultimo che se ne appropria nascostamente.

“Il “rubare” si configura come la richiesta diretta di informazioni su questo o quel passaggio della suonata, già indipendentemente memorizzata, oppure, come nel caso delle famose prove di nascosto nella stalla, nel memorizzare, elaborare ed eseguire questa o quella variazione in modo da presentarsi prima o poi con una formazione musicale compiuta e un’espressione autonoma (…). La formazione di un gruppo musicale alternativo a quello del maestro da parte dell’allievo, o il “bruciare le tappe”, costituivano un momento di provocazione nei confronti del maestro, ma anche dell’intera comunità.” (p.142-143)

“Ciò che veniva trasmesso era l’interezza dell’esperienza personale, con l’obiettivo di trovare un altro che potesse avere un ruolo analogo al proprio […]  Possedere una suonata è come avere un’arma di controllo in mano, e la capacità di muovere i corpi e le anime equiparava il suonatore a demoni e maghi” (p.8-9)

L’esperienza che si poteva avere entrando a far parte della vita reale di quel “Maestro suonatore” è qui raccontata quasi come fosse un’altra versione della fiaba tipo. E’ un esempio di come il meraviglioso origina dal reale e di come, a volte, il realismo magico possa essere più vero che magico.

“Una sera nebbiosa mi sono presentata al Mulino della Valle col violino di mio nonno, e gli ho esattamente detto che volevo imparare come lui. […] ha fatto scuola a chi ha saputo ascoltarlo, insegnando a coltivare cavolini di Bruxelles segale e “tempi” delle suonate con lo stesso interesse con cui raccontava le sue idee sulla nascita e morte del mondo.” (p.39)

Devo la suggestione di questa lettura all’opera di Placida Staro, che coltiva e divulga appassionatamente quegli insegnamenti, etnomusicologa e violinista, allieva di Malchìo ‘d’la Vàl, cioè Melchiade Benni, violinista della Val di Savena, Maestro. Ho conosciuto la sua fiaba, ho ballato la sua Milorda, una vita fa.

Franca De Sio

 

Ho citato dal libro Le vie del violino. Scritti sul violino e la danza in memoria di Melchiade Benni (1902-1992). A cura di Placida Staro (Udine, Nota, 2002). Alcuni passi del libro fanno riferimento allo scritto di P. Staro:  L’apprendista suonatore nella società tradizionale, pubblicato in Brescia musica ( Brescia, 1993).

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