Qualche riflessione sull’articolo di Jack Zipes

La trasmissione orale di fiabe e racconti popolari ha fatto sì che dall’archetipo della narrazione si dipanassero nuove storie, simili a quella originaria, ma con la “coloritura” specifica del tessuto culturale su cui si sono andate a innestare. E’ così che, pur fedeli agli schemi e alle funzioni che ha così efficacemente studiato Propp, le narrazioni si sono arricchite di volta in volta di aspetti e di valori “locali”. Le Cenerentole, le Cappuccetto, i Giufà, i Giovannini senza paura – per citare alcune delle fiabe più diffuse in paesi e in tempi diversi – pur conservando sostanzialmente intatta la fabula e i caratteri prevalenti dei personaggi, hanno visto non di rado una diversa costruzione della dinamica narrativa, con la presenza di elementi culturali tipici del contesto in cui la singola storia si sviluppa. E in parte avviene lo stesso anche per le riletture e le interpretazioni.
Nel saggio di Jack Zipes Lo Stregone e l’Apprendista, pubblicato nel n° 76 della rivista e in questo blog, si analizza una delle più antiche e note fiabe, quella de L’apprendista stregone, che ha visto nell’antichità come nella storia più recente, versioni diverse, ma anche letture critiche diverse, interpretazioni e suggestioni legate alla sensibilità e alla visione politica dei singoli critici o alla ideologia di un determinato momento storico. Stregone e apprendista possono essere letti come la metafora del padrone potente che lotta per non cedere il potere al giovane ribelle, che si batte per la sua libertà. E’ questa sostanzialmente la lettura che ne dà Jack Zipes, che attribuisce allo stregone – appunto in chiave metaforica – la funzione del despota detentore di un potere forte, con il quale controlla il giovane apprendista, che si può arrivare a identificare con un popolo oppresso.
Ma si può anche leggere l’intera storia in una chiave completamente diversa, si può dimostrare, capovolgendo ruoli e valori, che lo stregone altri non è che un padre affettuoso e normativo, che frena gli entusiasmi inconsapevoli del giovane non abbastanza esperto. Si tratta di un dibattito affascinante, che mette a confronto categorie diverse e diversi approcci.

Franca De Sio

Una risposta a “Qualche riflessione sull’articolo di Jack Zipes”

  1. Gli apprendisti stregoni

    Il riferimento alla situazione attuale è tragicamente comico. Leggete qui sotto!

    Da Wikipedia, l’enciclopedia libera:

    “ L’apprendista stregone (in tedesco Der Zauberlehrling) è una ballata composta nel 1797 da Wolfgang Goethe, ispirata a un episodio del Φιλοψευδής (Philopseudḗs , ovvero “l’amante del falso”) di Luciano di Samosata.[1] [omissis]
    La ballata di Goethe racconta di uno stregone che si assenta dal suo studio, raccomandando al giovane apprendista di fare le pulizie. Quest’ultimo si serve di un incantesimo del maestro per dare vita a una scopa affinché compia il lavoro al posto suo. La scopa continua a rovesciare acqua sul pavimento, come le è stato ordinato, fino ad allagare le stanze: quando si rende conto di non conoscere la parola magica per porre fine all’incantesimo, l’apprendista spezza la scopa in due con l’accetta, col solo risultato di raddoppiarla, perché entrambi i tronconi della scopa continuano il lavoro. Solo il ritorno del maestro stregone rimedierà al disastro.
    La morale della ballata è chiara: meglio non cominciare qualcosa che non si sa come finire.
    L’espressione è diventata proverbiale anche in italiano. Nel lessico letterario e giornalistico, l’apprendista stregone è una persona irresponsabile che applica metodi o tecniche che non è in grado di padroneggiare, col rischio di provocare danni irreversibili per tutta la collettività. “

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